ADHD: disturbo dell’attenzione e iperattività

ADHD: disturbo dell’attenzione e iperattività

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Le informazioni relative a questo disturbo purtroppo sono popolate da cattiva informazione e talvolta disinformazione. Si passa da coloro i quali sostengono che l’ADHD sia un problema reale ed esclusivamente fisico-genetico, in altre parole si tratti di una “malattia” del cervello, tra le cui fila troviamo molti psichiatri come neurologie ecc., per passare a coloro i quali sostengono che si tratti di un problema relativo all’ambiente nel quale il bambino vive, quindi la famiglia, la scuola ecc. Tra questi ultimi poi ci sono coloro i quali sostengono che il disturbo non esiste tout court, ovvero che sia un’invenzione dell’establishment medico-psichiatrico, come per esempio è possibile vedere da questa vignetta pubblicata dall’Associazione Pensare Oltre.

Nonostante spesso in ambito psicologico e psichiatrico a volte sia difficile distinguere tra finzione e realtà. Ovvero tra disturbi realmente inventati e disturbi reali ma talvolta non ben compresi. Un esempio per tutti la depressione, che per molto tempo è stata spiegata e curata secondo la fallace e confutata teoria dello squilibrio chimico (dovuta quindi ad uno squilibrio chimico del cervello).

L’ADHD, sfortunatamente, è una reale condizione, non si tratta solo di un’etichetta apposta a bambini troppo vivaci. Tuttavia nasconde in sé il rischio che bambini effettivamente solo più vivaci si trovino ad essere etichettati come “malati”.

Il punto di base di qualunque condizione patologica o border-line o disturbo è che solitamente è presente in ognuno ma in misura “tollerabile”, cioè che permette comunque all’individuo di “funzionare” in modo “normale”. (Uso le virgolette perché, nel primo caso, l’idea di funzione può portare ad una semplificazione meccanicistica dell’uomo e della mente. Mentre nel secondo caso non esiste normalità, non si può dire che una persona è normale, perché nessuno di noi è in uno stato di stasi, ma in continuo adattamento all’ambiente).

Le radici del disturbo sono sia genetiche che parentali e il disturbo riguarda i bambini così come gli adulti, giacché una persona non diagnosticata o non trattata in giovane età diverrà un adulto con ADHD.

Per questi motivi è difficile, per i non addetti ai lavori (e non solo), comprendere questo disturbo e soprattutto essere in grado di riconoscerne alcuni dei tratti distintivi. La conseguenza è che esistono moltissimi individui che vivono inconsapevoli della loro condizione e quindi portano sulle proprie spalle e si addossano la responsabilità di fallimenti e difficoltà dei quali non hanno nessuna responsabilità, al contrario ne sono vittime.

Le tre caratteristiche del disturbo sono la scarsa capacità attentiva, il carente controllo degli impulsi e l’iperattività.

La scarsa capacità attentiva, ovvero l’inabilità nel tenere la mente concentrata su un compito, sfocia in stati di alienazione e distacco dal proprio ambiente e dal momento presente. Che si tratti di una discussione, un film, un libro o le indicazioni chieste ad un passante. L’attenzione degli ADHDers (dall’inglese: coloro i quali hanno il disturbo) infatti è come il volo di una mosca, con continui e improvvisi cambi di direzione. La mente della persona con ADHD è una macchina che non conosce sosta o decelerazioni.

Gabor Matè nel suo libro “Scattered Minds” (Menti Sparpagliate) infatti fa questo esempio: “Decidi di mettere in ordine la tua stanza, nella quale normalmente sembra vi sia passato un uragano. Prendi un libro dal pavimento e lo metti su uno scaffale. Mentre lo fai noti due volumi di poesie che non sono posti in ordine. Ne prendi uno per metterlo vicino al suo compagno. Ma lo apri e cominci a leggere una poesia. La poesia contiene un riferimento alla mitologia greca che ti spinge a consultare una guida alla mitologia greca. Ma un riferimento porta ad un altro. Un’ora dopo, il tuo interesse per la mitologia classica viene esaurito ma la tua stanza è ancora nel caos. Allora raccogli un calzino del quale non trovi il compagno, così ti rendi conto che devi fare il bucato. Mentre ti dirigi verso la lavatrice, il telefono squilla e il tuo proposito di mettere in ordine la tua stanza è per sempre perduto.” Seppure la persona con ADHD sa la differenza tra una stanza ordinata e una non ordinata, manca quasi completamente della capacità di iniziare, eseguire e completare il lavoro senza deviazioni e distrazioni.

In altre parole è come colui che deve andare dal punto A al punto B. Egli comincia a camminare in direzione del punto B ma si distrae appena compie il primo passo e, invece di passare direttamente a B passa prima per C, D, E, F e G per dimenticare poi interamente qual era il suo proposito iniziale, ovvero di raggiungere il punto B.

La seconda caratteristica è l’impulsività di azione o di parola e la relativa reazione emotiva. Matè scrive: “Il bambino o l’adulto con ADHD può a mala pena controllarsi dall’interrompere gli altri e trova estremamente difficile aspettare il suo turno”. Cosa che porta con se ovvie conseguenze negative. Tale mancanza di controllo si esprime anche in comportamenti compulsivi come l’acquisto di cose inutili, senza riguardo per il costo o le conseguenze ad esso associate.

Tale impulsività è anche emotiva, la persona con ADHD è caratterizzata da una reattività affettiva estremamente repentina. In tale circostanza egli non è in grado di analizzare in modo logico e sereno un fatto, un accadimento o le conseguenze di un’azione. Può andare immediatamente nel panico, o diventare irascibile e intrattabile o andare completamente nel pallone e/o avere profondi stati d’ansia, per cose che con il senno di poi ritrovano il loro effettivo peso.

La terza caratteristica è l’iperattività. Di solito si esprime nell’incapacità di stare fermi, seduti o nel frenetico battito delle dita o piedi. La prossima volta che andate al ristorante guardate sotto le gambe dei tavoli e vi renderete conto come persone apparentemente serene e tranquille nascondono in realtà una irrequietudine profonda che si manifesta appunto con il movimento ritmico degli arti, così come nel mordersi le unghie o nel tirarsi le pelli delle dita. O si può esprimere in un dirompente fiume di parole e nella relativa incapacità di condensare informazioni in maniera fruibile per i più.

Queste tre caratteristiche si combinano per dare vita a una miriade di comportamenti e problematiche tipici degli ADHDers. Matè racconta di come un suo conoscente porti a spasso tutti i giorni il cane. Puntualmente questi dopo essere uscito di casa vi fa ritorno per prendere le chiavi, il portafogli o qualunque altra cosa abbia dimenticato, al punto che il cane ha imparato ad aspettare che il padrone faccia la sua processione dentro e fuori due o tre volte prima di prendere la porta anche egli.

Le persone con ADHD soffrono anche di carenza nell’area delle relazioni sociali, sono poco inclini a saper fare un conversazione o sentirsi parte di un gruppo, per esempio in un evento mondano. Sono sempre periferici o al centro dell’attenzione. Sono incapaci di comprendere segni comportamentali di altri a riconoscere limiti nelle relazioni. Possono approcciare un quasi sconosciuto con domande o informazioni di sé molto personali o profonde senza rendersi conto di come esiste una gradualità nella relazione. Come dire non vedono le sfumature di colori ma bianco e nero solamente.

Nel rapporto di coppia soffrono di una profonda paura di coinvolgersi o di prendere una decisione definitiva rispetto ad un partner. Sono spesso distanti e incapaci di prestare profonda ed empatica attenzione ad altri proprio per la mancanza di capacità di focalizzare la propria attenzione. Vivono profondi sensi di colpa e l’incapacità a dire di no o di imporre il proprio punto di vista per il profondo bisogno di essere accettati e di non urtare gli altri, sintomo della propria sensibilità interiore e della propria ferita. Se c’è un elemento comune infatti è proprio questa profonda sensibilità che ha esposto gli ADHDers al disturbo. È proprio questa sensibilità che si ritiene sia genetica o epigenetica. Ma ai fini del trattamento o della diagnosi se si tratti di un disturbo genetico o no ha poca importanza. Molto spesso a sostegno dell’idea genetica della malattia infatti si portano casi in cui il disturbo è multi-generazionale (nonno, padre, figlio). Ma è quasi impossibile dire se questa è dovuta a quelli che lo psicologo Bowlby chiamava circoli negativi (se vivi con un genitore che ha l’ADHD molto probabilmente la farà venire anche a te, se vivi con un genitore alcolizzato… ecc) o alla genetica.

Il senso di colpa infatti pervade gli ADHDers e più drammaticamente la mancanza di conoscenza di sè e dei propri stati interiori. Una delle conseguenze più drammatiche è il bisogno di dipendere da fonti esterne per la pacificazione interiore che può passare da abitudini alimentari e comportamentali all’uso e abuso di sostanze stupefacenti e comportamenti compulsivi.

La gestione del tempo poi è problematica, il ritardo connaturato nel modo di vivere le proprie giornate e appuntamenti e la procrastinazione un comportamento costante

Che fare?

Non c’è una ricetta o una terapia univoca e uguale per tutti. L’uso dei farmaci aiuta a ripristinare l’uso dell’area del cervello responsabile per il controllo degli impulsi e degli stimoli, ma non può che essere considerato propedeutico nel caso in cui viene accompagnato ad altri tipi di terapie. Perché di cure non ce n’è, o meglio ce ne sono diverse in fase di sperimentazione come il bio-feedback, ma esistono strategie che possono mettere la persona in grado di imparare a usare il proprio cervello in modo diverso. Si parla in ogni modo di approccio multidisciplinare e multidimensionale, che quindi coinvolge diverse figure professionali e aspetti della persona.

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